4 maggio 2017
Partiamo dalle triple doppie: 115 in un anno, 42 delle quali messe a segno da Russell Westbrook [date un’occhiata al nostro Photobook, a pagina 83], che completa l’incredibile impresa di eguagliare l’Oscar Robertson della stagione 1961-62 e finire un intero campionato in tripla doppia di media, anche grazie a uno usage rate stratosferico, 41.8.

In una delle ultime, a fine marzo, manda a tabellone 57 punti (insieme a 13 rimbalzi e 11 assist); in un’altra, solo pochi giorni prima, chiude senza errori dal campo (6/6 dal campo e 6/6 dalla lunetta). All’insegna del famolo strano ecco allora la tripla doppia di Draymond Green, fatta registrare senza segnare 10 punti: contro i Grizzlies per lui 11 rimbalzi, 10 assist e 10 recuperi. James Harden invece (autore anche lui di 22 triple doppie) manda a libri quella con il massimo combinato di assist e rimbalzi — 17 i primi, 16 i secondi, 33 il totale (e ci aggiunge a referto la bellezza di 53 punti).

Di punti ne segna parecchi anche Devin Booker: a soli 20 anni la stellina dei Suns diventa il più giovane giocatore di sempre a toccare quota 70, e lo fa sullo storico parquet dei Boston Celtics. Si ferma (…) a 60 — ma in meno di 30 minuti! — Klay Thompson contro Indiana.

Ne segna 52 all’All-Star Game Anthony Davis, davanti al pubblico di casa di New Orleans. Ne manda a bersaglio 34 — ma in un solo quarto, il primo — Kevin Love contro Portland.

Sono stati 10 i giocatori capaci di concludere una gara con almeno 50 punti a referto; 13 quelli capaci di tenere una media punti stagionale sopra i 25; ben 31 quelli che hanno chiuso ad almeno 20 di media.

Un’esplosione realizzativa che si spiega con la precisione delle squadre dalla lunetta (77.18% la media ai liberi complessiva) ma soprattutto con il dilagare del tiro da tre punti: 27 le triple tentate di media a partita nella NBA, 9.7 quelle mandate a segno. A far meglio di tutti (manco a dirlo, con coach D’Antoni in panchina) gli Houston Rockets: 3.250 triple tentate in tutto il campionato, 40.1 a sera, di cui 14.3 mandate in media a bersaglio, ma neppure i texani — su singola gara — sono riusciti a far meglio dei Cavs, capace di segnare 25 canestri da tre nella sfida del 3 marzo contro Atlanta. Quattro mesi prima, il 4 novembre 2016, alla sua sesta gara stagionale Steph Curry aveva interrotto la striscia di 157 partite con almeno una tripla a segno (0/10 quella sera per lui contro i Lakers); la gara successiva, contro i Pelicans, ne ha segnate 13, trascinando i suoi Warriors alla vittoria.

Vince spesso anche Kawhi Leonard quando parte titolare: 235 successi nelle prime 300 partenze in quintetto in maglia Spurs. LeBron James ha chiuso la sua 13esima stagione NBA con almeno 25 punti di media. James Harden è diventato il primo giocatore con 2.000 punti, 900 assist e 600 rimbalzi e il primo a segnare almeno 2.000 punti e a farne segnare altri 2.000 ai suoi compagni. Giannis Antetokounmpo ha terminato l’annata nella top 20 NBA per punti, rimbalzi, assist, recuperi e stoppate; Karl-Anthony Towns è diventato il più giovane giocatore di sempre con almeno 2.000 punti e 1.000 rimbalzi nell’arco di una stagione; i Phoenix Suns hanno messo in campo il quintetto più giovane di sempre (21 anni, 14 giorni di media).

Ognuna di queste imprese è un record NBA, stabilito in una regular season che ha messo sugli spalti 21.997.412 spettatori (lo avete capito… un altro record). E non abbiamo detto niente dei playoff — in pieno svolgimento — che sono la parte più bella della stagione.

Che bisogno c’è di morire per andare in Paradiso?

Mauro Bevacqua
Direttore Rivista Ufficiale NBA

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